Mario Andretti, l’eroe dei due mondi

Mario Andretti, l’eroe dei due mondi

Lo scorso 9 febbraio, Mario Andretti ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Lucca. Un altro riconoscimento, che si aggiunge a quello di “Sindaco in esilio” che gli era stato già assegnato nel 2007 dal piccolo comune di Montona, sua città natale. In Toscana, Andretti è rimasto per ben otto anni ed è stato lì che ha conosciuto la passione per i motori, quella che si porta dietro ancora oggi come fosse un ragazzino alle prese con l’entusiasmo tipico delle prime esperienze.

L’età anagrafica, invece, ci dice che quel ragazzo terribile ha già 75 anni. Ma, nonostante l’età che avanza, non riesce a stare fermo un attimo. Si è ritirato dalle corse già parecchi anni fa, ma è rimasto pienamente coinvolto nell’ambiente motoristico perché, si sa, la passione non ha età… e poi, la sua è la classica famiglia da corsa, una dinastia a trecento all’ora. La prima – e ahimè l’unica – volta che ho avuto modo di scambiare con lui due chiacchiere è stato nel paddock di Monza di un paio di stagioni fa. Lui, sempre uguale: cappello da cowboy in testa, gran sorrisone tra le rughe e la disponibilità di scambiare due parole passeggiando per il paddock insieme ad un perfetto sconosciuto.

Soggezione? Neanche un po’: ti scordi praticamente di parlare con uno che ha vinto da entrambi i lati dell’Atlantico, almeno fino a quando non inizia a raccontarti aneddoti e retroscena che mai nessun libro ti svelerà mai. Dietro quel personaggio diventato ormai più america-italiano che italo-americano ci sono qualcosa come 897 gare disputate in carriera, 111 vittorie e 109 pole position. Ma guai a fare paragoni con altri piloti: “Ogni epoca ha le sue stelle ed è impossibile fare paragoni, anche se ai miei tempi era più difficile”, ha raccontato a Pirelli.com in una recentissima intervista. La sua ricetta per la Formula 1 è la stessa da qualche anno, un po’ old style e che potrebbe piacere ai nostalgici, ma difficilmente andrebbe giù ai costruttori: “Io consentirei l’accesso dei team privati. Mio figlio Michael, per esempio, ne approfitterebbe subito. E poi utilizzerei la terza macchina, sarebbe fantastico, per dire, quando si corre negli Usa avere una terza auto con un pilota americano”.

Eppure, nonostante la sua carriera perfetta, Mario ha ammesso di aver due piccoli rammarichi: “Non aver conquistato un titolo con la Ferrari e non aver vinto la 24 Ore di Le Mans”. L’occasione più ghiotta la ebbe nel 1988, partecipando alla famosa gara endurance insieme al figlio Michael e al nipote John, a bordo di una Porsche 962C ufficiale. Il sogno del trionfo della famiglia Andretti si ruppe insieme ad un cilindro, che gli fece perdere quel ritmo martellante che gli avrebbe consegnato la vittoria. Ci riprovò diverse volte, senza aver mai successo. Ma vivere di rimpianti è come guidare una macchina che si muove solo all’indietro e, con tutte le soddisfazioni che ha avuto nella sua lunga carriera, questo è più un capriccio di Mario che un vero rimpianto.

Chi si accontenta… non è un Andretti!

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