Gilles Villeneuve, l’amico di famiglia

Gilles Villeneuve, l’amico di famiglia

Quando Gilles se ne andò, io non ero neanche nato. Ma col tempo, la figura di quest’uomo ha catalizzato sempre più la mia attenzione, fino a rendermi consapevole del perché sia diventato un mito. Sì, per la guida spericolata, per quel suo modo di interpretare le sfide anche a costo di finire con la vettura malconcia. Tanta velocità che, per una serie di motivi, non si è mai tradotta con quel tanto ambito titolo mondiale. Eppure, chiunque sia appassionato di motorsport non può che ricordare le sue gesta, magari mimando una delle sue derapate che, ancora oggi, sono capaci di emozionare. Gilles, per tutti, è il Cavaliere del Rischio per eccellenza. Ma c’è un altro lato di lui che non tutti hanno avuto modo di apprezzare. L’Aviatore, in realtà, era il più classico dei bravi ragazzi. Di quelli che inviti a cena per parlare del più e del meno. Di quelli di cui sai di poterti fidare.

Qualche anno fa – in occasione del Trofeo Bandini 2013 – ho avuto il piacere di fare due chiacchiere con Jonathan Giacobazzi, figlio di Antonio, uno dei proprietari dell’omonima azienda vinicola che era sponsor Ferrari negli anni di Villeneuve a Maranello. Quella intervista a Jonathan, che sarebbe dovuta servire per BlogF1, in realtà non è stata mai pubblicata ed è rimasta lì chiusa nella memoria di un registratore vocale per fin troppo tempo. Fino a stasera quando, per puro caso, è venuta fuori.

Riascoltandola, ho sentito Gilles un po’ più vicino. Perché nelle parole di Jonathan è facile carpire quanto Villeneuve fosse unico, dentro e fuori i circuiti.

Quel giorno, Giacobazzi era a Brisighella per girare a bordo della Ferrari 312 T4, trasformando quel borgo medievale in una piccola Montecarlo. Jonathan è il fortunato possessore di quel gioiello, spinto dal V12 del Cavallino Rampante.

“La vettura è la 041, la stessa del duello con Arnoux a Digione ’79”, mi racconta con orgoglio Jonathan all’ombra della veranda dell’Hotel La Rocca di Brisighella. “Con questa Gilles fece pole, giro più veloce e vittoria a Watkins Glen e mio padre era lì. Gilles, la domenica sera, gli disse: ‘questa è stata un’annata straordinaria, dovreste prendertene una di queste T4′. Mio padre ci pensò un po’ e chiese ad Enzo Ferrari, il quale gli rispose verso Natale e gli confermò la possibilità di prenderne una. Mio padre chiese semplicemente l’ultima e, dunque, gli venne data proprio la 041. Volendola paragonare a qualcosa, è come avere una gran bottiglia di champagne dell’annata giusta. La 041, tra le T4, è quella diventata poi la più famosa proprio per quello che aveva fatto Gilles”.

"“All’epoca era mia madre che attaccava le patacchine degli sponsor sulla tuta di Gilles”"

J. Giacobazzi

Il rapporto tra il pilota canadese e la famiglia Giacobazzi era molto di più di quello che si potrebbe avere oggi tra un pilota e uno sponsor. Gilles era l’amico di famiglia. Altri tempi, altre abitudini, altri rapporti. “All’epoca era mia madre che attaccava le patacchine degli sponsor sulla tuta di Gilles”, continua Jonathan, facendomi notare la differenza abissale con quanto accade oggi in Formula 1.

Gli faccio notare come stia parlando di Villeneuve come uno di famiglia, mentre per me e la mia generazione è più che un mito. Eppure, Giacobazzi mi ferma e mi dice: “Ma anche per me, prima di ogni cosa, Gilles era il mio mito! Ho avuto modo di frequentarlo fin da piccolo, quando è morto avevo 8 o 9 anni. Spessissimo era con i miei genitori, veniva a Modena. E io rimanevo sempre abbastanza deluso, perché io speravo arrivasse il mio eroe, con tuta e casco. Un po’ come se avessi aspettato Goldrake e invece fosse arrivato Actarus. Lo vedevo senza tuta e casco e io, tutte le volte, gli chiedevo perché non li avesse con sé. Una volta, poco prima che morisse, si presentò a casa con le sue scarpe da corsa e me le regalò. E fu una cosa che mi colpì molto. Per anni è stata la cosa a cui più tenevo in assoluto, fino all’età della ragione quando riesci a gestire le tue cose. Ma all’epoca avevo già l’ansia di perderle o rovinarle. Il suo è stato un gesto così particolare che, ancora oggi, me lo porto nel cuore. Ho la sua vettura, il casco originale e altri tanti cimeli, ma quelle scarpe sono la cosa a cui sono più legato”.

Quel paio di scarpe, che una volta i piloti usavano per un’intera stagione e non certo per una singola gara, sono l’anello di congiunzione tra Villeneuve e l’infanzia di Giacobazzi. “Non sono riuscito ancora a trovare delle mie foto con Gilles!”, confessa Jonathan. “I miei genitori mi dicono che ce ne sono, ma non ne ho ancora trovate. Quindi per me quelle scarpe sono un cimelio importante. Quelle lì me le ha date lui: perché la macchina l’abbiamo presa da Enzo Ferrari e le altre cose le ha date Gilles a mio padre. Ma quelle scarpe, invece, mi legano direttamente a lui. Pensaci, non è normale che un pilota regali il proprio paio di scarpe ad un ragazzino”.

Ma in fondo, come diceva Schopenhauer, genio e follia hanno qualcosa in comune: entrambi vivono in un mondo diverso da quello che esiste per gli altri.

1 Commento

  1. donata chiavenato
    maggio 07, 01:35 Reply
    mi ricordo benissimo della famiglia Giacobazzi ..........miei ckienti affezzionati e bravissime persone ....... era circa l'anno 1974 e io e mio marito vendemmo la mitica Miura Lamborghini a Giancarlo Giacobazzi- mi piacerebbe sapere se e' ancora in vostro possesso...... grazie . Donata Bertolli. mi ricordo benissimo della famiglia Giacobazzi...... miei clienti da sempre. mi piacerebbe sapere se avete ancora la miura Lamborghini che io e mio marito avevamo venduto a Giancarlo Giacobazzi. grazie Donata Bertolli. ++++++++

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